Alessandro Palladini di Chimera Poppi
18 Dicembre 2009 by info
Qui c’è molta pittura. Poi c’è molto disegno; ci sono le storie e i personaggi, le cose facili e le cose difficili. Molta vita. Il bambino è attratto dai colori accattivanti e lucidi, caramelle proibite appena leccate. Oppure dagli areoplanini giocattolo che prendonoil volo tra torri d’acciaio e tramonti indimenticabili, o dagli intrepidi sciatori, minuscolitra le montagne spropositate. L’adolescente potrebbe aver bisogno di aggrapparsi alla fasulla razionalità di un disegno meticoloso e preciso che costruisce architetture complesse che stanno in piedi solo da molto vicino. Ma poi, forse, è la natura contraddittoria di questi racconti dipinti che ci affascina e ci tiene con lo sguardo appiccicato. Il coloratissimo si affianca talvolta al puro disegno preparatorio, lasciando un non finito spiazzante; le rigide regole strutturali che sembrano imprescindibili per la costruzione dei palazzi, sono annullate dalla visione d’insieme e dalla stessa presenza di un’umanità incurante di ciò che ha costruito, che non pare preoccupata dell’inestricabile labirinto che è riuscita a mettere insieme. È sentire che dietro a tutto questo c’è un pittore che mentre dipinge è felice, per la completa libertà con cui può gestire il potenziale dei suoi desideri narrativi, e che non è mai compiaciuto davanti al quadro finito (che poi, il quadro non è mai finito, basta notare le dilatate datazioni che talvolta nemmeno seguono l’ordine cronologico…). È percepire la stratificazione della densità descrittiva, che in molti casi parte dal supporto, già vissuto: il legno dei tavoli delle aule della facoltà di architettura di Venezia, o quello dei taglieri dove un tempo si facevano i tortellini, solido e unto. L’abbondanza della rappresentazione parte probabilmente da un originario horror vacui, e diventa una di quelle liste poetiche che in genere finiscono con un eccetera. Per quanto la cornice, spesso dipinta, si sforzi di delimitare i confini della narrazione, ci sembra che quello che ci sia dentro non possa costituire un elenco finito. C’è Bosch e Brueghel, e anche le rovine di Monsù Desiderio restaurate e moderne, pur mantenendo intatta la follia. È la rappresentazione visiva del nostro bisogno d’ordine, espresso dalle linee dritte di queste pazzesche architetture, che convive armonicamente, nella fittizia armonia della pittura, con la nostra ossessione dell’eccesso.
Chimera Poppi