Feed on
Posts
Comments

ELISABETTA CATAMO
Linguaggi possibili dell’anima

Nel lavoro di Elisabetta Catamo tutto sembra accadere in un luogo non luogo, in un tempo non tempo, premeditatamente, come richiamato dal subconscio per evocare, in libere associazioni tattilo-visive, emozioni e memorie dimenticate ma non perdute, pensate eppure non dette, sempre gravide di misteriosa sognata affettuosità.
catamoConchiglie, pesci, oggetti, corpi, piume, forme geometriche, e ora sagome di gabbiani, galleggiano nel campo visivo disciplinate da regole autonome che rimandano semmai al configurarsi di un codice segreto che si fa linguaggio dell’anima, nel quale tutte le cose sono affettivamente animate, partecipi, potenzialmente poetiche. E nella cui grammatica e sintassi, la mancanza di realtà fenomenica è vera vita, diversamente le cose non avrebbero ragione di essere, decadrebbero in pura finzione. Inutile cercare, nella selezione dei lavori qui proposta (che sceglie a piacere in un arco di tempo che va dalle fotografie della seconda metà degli anni Settanta ai collages di oggi), una linea evolutiva artisticamente classificabile; come classificare infatti un progetto di rivelazione di sè come quello che la Catamo consapevolmente persegue?
catamoIn effetti il suo atteggiamento di lavoro non include la ricerca propriamente detta, semmai ricerca, con l’efficacia della sintesi simbolica anzichè narrativa, l’apparire di emozioni e memorie custodite nella profondità della propria fanciullezza. Che tale epifania poi, da personale e soggettiva, quando sfiora l’archetipo, si trasformi in sentire collettivo, è altra cosa ancora. Avviene così che il flusso associativo ininterrotto che le immagini provocano in chi guarda e il loro attualizzarsi come testimonianza dell’essere hic et nunc, diventino elemento di legittimazione nel contesto artistico, maturino quella particolare aura per cui l’opera afferma se stessa al di là dell’appartenenza a correnti riconoscibili dell’arte. Ciò non toglie evidentemente che traspaiano, qua e là, quelle affinità elettive più volte citate dalla stessa Catamo, da Klee a De Chirico, da Bunuel  a Fellini, per esempio.
In effetti proprio l’immagine in movimento, il cinema, appare lo sfondo immaginativo naturale del lavoro della Catamo, del quale peraltro la fotografia rappresenta il legittimo avamposto. Ciò implica una dimensione percettiva che tecnicamente sovverte il convenzionale rapporto tra presente-passato-futuro, ora connessi per intergiunzione, cioè per salti, piuttosto che per congiunzione, vale a dire per contiguità, sovvertendo anche il convenzionale rapporto spazio-temporale. Di qui nasce forse quello strano spaesamento che si prova di fronte al lavoro della Catamo. Il buio e il silenzio, tanto necessari al linguaggio del cinema e della fotografia, trovano anche nella Catamo una necessaria ragione d’essere. Trasformati da segni di solitudine ed angoscia in presenze catartiche, esprimono quell’ineffabile potenza erotica capace, in un sol attimo, di liberare l’anima dall’irrazionalità di ogni smarrimento.

Manuela Crescentini

One Response to “E.CATAMO NELLE PAROLE DI M.CRESCENTINI”

  1. […] Leggi il contributo critico di Manuela Crescentini  […]

Trackback URI | Comments RSS

Leave a Reply

: Inserisci il carattere § (quello sopra la ù) in un punto qualsiasi del commento (verrà tolto automaticamente). Serve per evitare spammatori automatici.


Hosted and managed by Re Corvo