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Nessuno ha mai detto di Evaristo Cian, come invece ha fatto Francis Bacon parlando di Zigaina: "É il miglior incisore che io conosca". Peró Zigaina, sbirciando un paio di disegni di Cian, gli ha detto: "Perdio, Evaristo, hai una buona mano. Se tu…"
Bene, i "se" hanno fatto la maggioranza degli uomini: se avessi studiato, se non mi fossi fermato, se…
paolo-cianDal di dentro Evaristo conosce pochi “se”: continua a fare il geometra comunale, alterna periodi di tranquillitá spirituale ad altri di agitazione che possono giungere all'ira. A volte mette mano alla biro o all'inchiostro e disegna: ritrae la moglie o i figli, gli amici, Che Guevara, D'Alema coi corni, il suo cane, animali, persone, la sua bicicletta. O Fidel Castro, sui muri del parcheggio comunale per accogliere Illy in visita pastorale, pagata 1000 euro dai contribuenti. Furiata censoria del sindaco, operai comunali che ricoprono il lider màximo, titoli sui giornali, l’urlo di Cian che terrorizza la bassa, specialmente il sindaco. Eppure in tanta agitazione, lui non si allontana, come il saggio idealizzato da Lao Tze, oltre le cinque miglia dal suo paese.
A vedere i suoi disegni tratti da un'istantanea, ci viene in mente il "se" di Zigaina: la sua matita spesso riesce a cogliere quello che la foto non puó catturare: costretta nella frazione di secondo a sua disposizione, si lascia sfuggire un'espressione che magari sarebbe spuntata sul volto del soggetto un'ora o, tant'è, un secondo più tardi. Evaristo prende la foto e le trasfonde quello che la macchina fotografica puó dare solo se maneggiata da un eccelso cacciatore d'anime : la conoscenza umana del soggetto ritratto. Nascono cosí i ritratti degli amici.
In altri ritratti si lascia guidare dall'istinto del cantastorie, e i disegni acquistano il sapore di un'epica paesana ingenua e sentita: la gara ciclistica di Caio, arrivato millesimo alla cicloturistica, o i tratti giovanili di Tizio -che ha sessant’anni- rubati a una vecchia foto di una carta d'identitá, sanno di corse d'altri tempi, di "meglio gioventú" irripetibili.  

zorzin da papariano-cianNelle golene dei fiumi si respira un'atmosfera appena inquietante: la solitudine, il silenzio, la mancanza di abitazioni le collocano in una sorta di limbo del nostro paesaggio agrario. Evaristo Cian, da bambino, scappava in quei boschi tra l'argine e il Torre per sognare avventure, come tutti i bambini. Un giorno fece una scoperta che lo segnò. Da un acero un impiccato dondolava alla brezza. Sotto, un cane enorme, dallo sguardo che nel ricordo è diventato demoniaco, faceva la guardia al suicida. Quando Evaristo tornò coi carabinieri, l'animale inferocito non voleva farli avvicinare al padrone defunto. Evaristo ha rivisitato con ossessione quel ricordo d'infanzia. Dipingendo, cerca di pulire quell'angolo della memoria, guardato a vista dell'animale infernale, su cui pendono le gambe inerti di quell'uomo, venuto da un paese vicino fino ai boschi di Ruda per farla finita in solitudine. Cian sta affiancando ai suoi temi politici, spesso all'insegna della provocazione, sprazzi della sua memoria personale. Un suo autoritratto, con una foto del padre attaccata al muro con nastro adesivo, è una delle tele più intense di questo periodo, e frammenti di quel Cian bambino mi pare che si nascondano anche nei ritratti dei suoi figli, numerosi in quest'ultimo periodo. Ma se l'artista passa parte del suo tempo creativo esplorando ricordi, atmosfere intime e familiari impastando il tutto col presente, non ha perso nulla della sua vis polemica e provocatoria. Dietro un Pinochet beffardo sventola una bandiera italiana, allusione al presente e a possibili futuri inquietanti; sotto la sagoma sinistra di un F16 in decollo striscia un cane dalmata, il suo defunto Ugo, simbolo dell'animo violento e pacifista d'Evaristo. Il titolo al vetriolo, "I cani di Aviano", dimostra ancora una volta che la prudenza non è tra le sue virtù. I ritratti, le ceppaie e le viti potate, i grandi affreschi su commissione per gli esercizi pubblici e le osterie, i quadri ironici e scherzosi per gli amici, e ultimamente, anche le riuscite pitture su furgoni di artigiani e venditori ambulanti. Se ci giriamo indietro Evaristo Cian ha disseminato questi ultimi anni di una miriade di lavori, ha esplorato strade nuove e nuove tecniche, ha tormentato se stesso e gli altri con la sua continua ricerca, con la voglia di dire, di comunicare, di non chiudere un dialogo fatto di riflessioni e provocazioni, di ricordi e di istanti ludici.

Imonumento al corvo-cianl corvo venne davvero: non solo come un ricordo del racconto di Italo Calvino, ma come compagno di spalla di Evaristo Cian. Evaristo teorizzava il corvo da due anni, a parole e nelle pitture. "È maledetto e intelligente. Ne voglio uno come compagno".  
E Gregorio - era il nome del suo corvo- entrò nei suoi quadri, come   provocazione, quale simbolo di arguzia animale e di fedeltà. Il corvo è apparso per la prima volta, quasi una profezia, in un disegno di circa 8 anni fa: la campagna friulana in una mattina fredda, forse novembrina, e una Mercedes che s'infila nel paesaggio. Un corvo guarda la scena. "Cosa vuol dire?" chiesi ad Evaristo, sconcertato. "Il corvo, a quell'ora, ha già mangiato quello che gli serve per vivere. Quello della Mercedes deve appena iniziare a correre per pagare la macchina. Chi è più saggio?"
Gregorio esisteva davvero, quasi fosse uscito da quel quadro: girava libero tutto il giorno, e la sera era sulla tavola, a cena con la famiglia. Gli ha rubò la carta di credito dal taschino, infastidì i fedeli che uscivano di chiesa, si guadagnò una segnalazione per aver sottratto dei fiori dal cimitero. Cian di tutto ciò si vantava:mi ha rubato la carta di credito. Ha fatto bene. Non sono un critico d'arte: segnalo questa interpolazione tra il quadro e la realtà, tra il segno e il simbolo, tra l'animale e l'uomo Cian, artista abbastanza maledetto e maledicente. Il corvo affettuosamente gli dava dei colpi di becco, leggeri, tra i capelli alla Gheddafi. E questo era Gregorio: e ultimo venne il corvo.

I tralci di vite annodati da un filo di ferro. Un pampino con dei problemi d’identità, o coi risvolti di un amore impossibile col filo di ferro di cui sopra. Il paesaggio, che è un referente affettivo difficilmente eludibile, si stacca negli ultimi lavori dalla connotazione descrittiva e in parte anche da quella affettiva. Non c’è più -forse- il “ritratto del paesaggio”, ma qualcos’altro. Il segno e il colore rispondono a un’esigenza e a un desiderio più personale, più concentrato su sé stesso e sul quadro che su ciò che si trova al di fuori di esso. Che indovini in parte, se dico che il paesaggio è stato per Evaristo qualcosa di simile a uno strumento di lavoro? Poi Evaristo abbandona il paesaggio, lascia il pennello per quasi un anno. “Non ho niente da dire, vado in vacanza”, ha sentenziato secco contro sé stesso. E un giorno, nel suo studio, ecco decine di lavori nuovi, accatastati uno sopra l’altro, prodotti in sequenza, con rapidità, necessità, soddisfazione, senza riuscire a riposare pur sentendone il bisogno. “Basta, ho detto tutto”. Pochi giorni dopo, invece: “Ho finito altri quattro quadri, vieni a vederli”. C’era la necessità di uscire dallo studio, di allinearli alla luce, come un lenzuolo che si arieggi, di respirare e ripensare al lavoro fatto con: calma, un po’ come si guarda l’acqua distesi sulla spiaggia. La mostra, finalmente, come un lenzuolo all’aria, florido esercizio dello sguardo e delle sue imprevedibili conseguenze sui giochi di luce sul tutto ciò che cambia senza stancarsi. Un po’ come Cian, insomma.

One Response to “EVARISTO CIAN nelle parole di EMILIO RIGATTI”

  1. […] In catalogo testi di Emilio Rigatti. […]

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